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Mentre in Italia stiamo digerendo l’interminabile “soap opera” tra Fini e Berlusconi la vera notizia rimbalza da un giornale all’altro: l’Irlanda non ce la fa più. Il G20 di Seul ha confermato che l’economia irlandese è sull’orlo del vulcano. Come è potuto succedere? Negli anni Novanta l’Irlanda ha vissuto un lungo periodo di crisi. Verso il 2000 si è adottata una politica economica tutta volta ad attirare capitali stranieri. Lo strumento per far arrivare gli investitori è stato principalmente quello fiscale. (ossia incentivi) e una aliquota del 12.5% sulle attività produttive. La preferenza irlandese è andata soprattutto verso le aziende americane del settore elettronico. In poco tempo sono sbarcate in Irlanda Microsoft, Apple, Oracle, HP e altri. L’uovo di colombo per avere gli investimenti dell’high tech è stata l’abolizione della tassazione sui diritti d’autore del software. Chiaramente in un contesto favorevole dal punto di vista fiscale era diventato particolarmente vantaggioso commercializzare il software in Irlanda. Parallelamente una campagna – promossa in modo massiccio – ha convinto molti irlandesi emigrati a rientrare in patria e porsi al servizio della “tigre” economica che sembrava ruggire definitivamente. Per anni ci siamo sentiti dire che questa era la grande ricetta del neocapitalismo liberale: abbassare le tasse e attrarre capitali stranieri. Recentemente uno degli alfieri di questa teoria è il signor Marchionne che ad ogni sospiro ricorda i pochi investimenti esteri in Italia. Ma non basta. L’Irlanda negli ultimi anni ha anche liberalizzato il mercato del lavoro in stile italiano rendendo semplice assumere a poco e licenziare velocemente. Insomma una Mecca per i coraggiosi imprenditori di mezzo mondo. Cosa è successo? L’Irlanda è stata la punta di diamante della globalizzazione europea e oggi è ridotta in briciole. Dall’inizio della crisi mondiale del 2008 il governo irlandese ha varato tre manovre finanziarie che – nel febbraio 2010 – valevano il 5% del PIL. Il ministro delle finanze Lenihan ha dichiarato all’inizio dell’anno che se i sacrifici imposti agli irlandesi fossero stati adottati in Francia a Parigi sarebbe scoppiata una rivolta popolare. Le manovre come conseguenza immediata hanno fatto sì che il 10% degli irlandesi siano oggi dipendenti dai (magri) sussidi di Stato e la disoccupazione sia schizzata ad oltre il 12% della forza lavoro. La realtà è che i tempi delle vacche grasse irlandesi erano in realtà tempi di vacche drogate. L’economia liberista e globalizzata non era altro che una economia gestita in modo clientelare e corrotto. Tutto per anni, si è basato su di un rapporto stretto tra governo e imprese. Il partito conservatore e il suo leader ed ex-premier Bertie Ahern non nascondeva che il partito si era legato a doppio filo con le banche e con gli immobiliaristi. Per anni agli irlandesi è stata propinata l’idea che il loro boom economico era dovuto ad una capacità di attrarre investimenti grazie ad una innovativa flessibilità fiscale. La realtà è stata molto diversa. Le aziende americane sono sbarcate in Irlanda perché l’Irlanda è diventata un paradiso fiscale dentro l’Unione Europea in grado di agevolare nel resto del continente europeo la penetrazione del prodotto made in USA. Gli investitori stranieri non hanno portato nulla sul suolo irlandese se non avamposti finanziari. E che ciò sia lampante lo dimostrano i problemi di Google in questi giorni. Per evadere una parte delle tasse statunitensi la dirigenza di Google ha utilizzato un sistemino in cinque tappe:

  1. Google licenzia i propri diritti di copyright intellettuale del motore di ricerca e di altre partite profittevli (come il nuovo smartphone Android) alla Google Ireland Holdings sua sussidiaria in Irlanda. Da notare che la tassa irlandese sui copyright è del 12,5% mentre quella statunitense è del 35%.
  2. Google Ireland Holdings dichiara che la sua sede sociale è nelle Bermuda e perciò evita di pagare anche le tasse irlandesi.
  3. A questo punto entra in azione una terza società sussidiaria: la Google Ireland Ltd sulla quale converge l’88% di tutti i profitti che Google realizza fuori dagli Stati Uniti. Ma su questa montagna di soldi la Google Ireland Ltd paga meno dell’1% di tasse allo Stato irlandese perché versa 5,4 miliardi di dollari alla Google Ireland Holdings in royalties. Il costo delle royalties pagate in questo modo azzera i profitti di Google Ireland Ltd che può dimostrare di avere un bilancio magro e pagare tasse come fosse una aziendina.
  4. A questo punto a pagare le tasse dovrebbe essere la Google Ireland Ltd che ha incassato le royalties, Errore. Le royalties infatti non vengono versate direttamente dalla Google Ireland Ltd alla Google Ireland Holdings. ma ad una terza sussidiaria: la Google Netherlands Holdings BV.
  5. La Google Netherlands Holding BV è una società che non ha uno straccio di impiegato ma è solo una scatola vuota. Appena ricevuti i soldi non li trattiene (altrimenti il governo olandese li tasserebbe) ma li spedisce subito alla Google Ireland Holdings che per la legge irlandese a questo punto non è tassabile perché non c’è tassa sui capitali che arrivano in Irlanda dall’estero proprio perché la filosofia è attirare investitori esteri.

Così il cerchio si chiude. Google riduce le tasse pagate negli Stati Uniti, non paga le tasse in Irlanda. Tutta l’apertura dell’Irlanda agli investitori stranieri non serve a niente. Questa strategia – che attenzione è legale sfruttando un buco legislativo probabilmente voluto – è nota negli ambienti finanziari con il nomignolo di “Dutch Sandwich”, il panino olandese. Ma Google non è sola. Siccome il “panino olandese” è legale sembra che più di cento imprese straniere in Irlanda lo adottino o adottino strategie analoghe. Tra queste risulta ci sia Microsoft e Facebook (che usa le Isole Cayman al posto delle Bermuda). A scoprire la strategia è stato Jesse Drucker di Bloomberg (per gli interessati il documento .http://www.bloomberg.com/news/2010-10-21/google-2-4-rate-shows-how-60-billion-u-s-revenue-lost-to-tax-loopholes.html è particolarmente interessante)

Cosa ci insegna tutto questo? Semplicemente che l’Irlanda ha attratto capitali per lo più perché è diventata un paradiso fiscale non perché gli investitori abbiano ritenuto che ci fossero le condizioni per produrre in Irlanda. Sono arrivati (e per lo più hanno solo transitati) i capitali finanziari e non capitali che hanno reso il Paese strutturalmente forte. I capitali che sono arrivati sono quelli che si spostano con un click del mouse da una parte all’altra del mondo.
La globalizzazione di cui l’Irlanda è stata protagonista non arricchisce gli Stati o le persone, arricchisce semplicemente le imprese.
Il paradosso è che – come tutti gli altri Stati entrati in crisi – l’Irlanda ha pompato fiumi di denaro nelle casse delle banche per salvare quello stesso sistema finanziario che l’ha messa nei guai. Per trovare questi soldi l’Irlanda ha contratto debiti esteri che ora non sa come ripagare. I sacrifici imposti agli irlandesi per salvare le banche sono stati così alti che oggi non c’è più modo di mungere ancora i cittadini. Altri sacrifici significherebbero bloccare definitivamente qualsiasi speranza di ripresa economica.
Il bello è che nell’Unione Europea nessuno è puro. A partire dal 2001 tutti gliStati hanno inaugurato una “contabilità creativa” volta a truccare i bilanci. La Francia attraverso un versamento eccezionale di France Telecom, la Germania ha venduto le licenze di telefonia mobile e ha utilizzato il trucco della differenza tra bilancio federale e bilancio dei Lander. L’Italia ha moltiplicato le operazioni di cartolarizzazione del debito. Trucchi legali intendiamoci. Ma attraverso questi trucchi i bilanci sono stati truccati. E se a truccarli erano paesi come Francia e Germania come si potevano sanzionare altri Paesi come Grecia, Irlanda e Spagna?
In questi giorni il governo irlandese ha varato un’altra finanziaria con tagli per altri sei miliardi di euro. l’Irish Independent ha scritto che questo è un bagno di sangue che trascinerà l’Irlanda di nuovo nello Stato più povero dell’Europa occidentale come a metà Ottocento.
L’unica risposta alla crisi oggi sembrano essere i sacrifici per i cittadini (soprattutto i non abbienti). Tutti i ministri economici d’Europa ripetono come un mantra che l’unico modo per salvare le economie è stringere la cinghia. Nessuno però riflette in modo chiaro sul perché l’economia globalizzata ha spinto le economie di Europa e Stati Uniti in questa direzione, nessuno si chiede se questo modello economico abbia in sé il germe della crisi. Nessuno riflette sulla possibilità che un’altra economia sia possibile. E non sto parlando di una alternativa “bolscevica”.
Paul Krugman, premio Nobel per l’economia ha scritto recentemente sul New York Times: “La logica dell’economia elementare ci dice piuttosto che dovremmo cercare di raggiungere i nostri scopi sociali con interventi “dopo mercato”. Cioè dovremmo prima lasciare che i mercati facciano il loro lavoro, usando in modo efficiente le risorse del paese e poi usare la ridistribuzione del reddito fiscale per dare una mano a quelli che sono rimasti tagliati fuori”. Siamo sicuri che ciò che sta accadendo confermi l’idea che i mercati stiano facendo il loro lavoro? Siamo sicuri che ciò che fa bene ai mercati fa bene alle persone? Io – e a questo punto sono sicuri anche la maggioranza degli irlandesi – credo di no.

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