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Marchionne afferma che senza gli stabilimenti in Italia la Fiat andrebbe meglio sotto l’aspetto dei risultati economici. Mettiamo da parte per un momento l’ovvia osservazione che – in Italia – gli stabilimenti italiani vivono una lunga cassa integrazione e che pretendere anche produzione sa di paradosso logico. Mettiamo anche da parte la frase di Marchionne e guardiamo alle reazioni. A parte alcuni irriducibili quasi tutti – con sfumature diverse – hanno letto in questa affermazione l’ingratitudine di una azienda che è ancora in piedi grazie ai soldi dei contribuenti. Nessuno ha fatto notare che è tutto l’apparato imprenditoriale che sta a galla grazie a chi paga le tasse. In un modo o nell’altro, sotto la forma del sussidio per l’acquisto o la cassa integrazione o attraverso altri mezzi gli industriali italiani galleggiano grazie allo Stato. Sopravvivono e – ovviamente – si guardano bene dal dire grazie. Se dicessero “grazie” dovrebbero ammettere che il nostro Paese ha la classe imprenditoriale più primitiva tra i paesi industrializzati. Incapacità significa assoluta mancanza di quell’indispensabile dote che è l’interpretazione del futuro e la progettazione di strategie. I maggiori industriali sono diventati finanzieri (si veda Telecom, si veda Benetton, Colaninno e tanti altri) intorno al tavolo delle privatizzazioni. Ultimo in ordine di tempo sarà Montezemolo con le sue linee ferroviarie. Chinati a guadagnare sulla morte dell’industria pubblica sembrano alzare lo sguardo solo in occasione dei loro convegni. Allora ci deliziano con i grandi discorsi su innovazione e sui governi che non distribuiscono sufficiente libertà di impresa. Ma i nodi con questa crisi stanno venendo al pettine. Oramai la flessibilità del mercato del lavoro è diventata una regola. Flessibilità tanto spinta d diventare sinonimo di precarietà. La perdita del valore d’acquisto dei salari negli ultimi dieci anni ha avuto proporzioni devastanti e chi lavora in Italia ha gli stipendi più bassi d’Europa (ci salva sempre la Grecia e il Portogallo per non essere gli ultimi). Ci si sarebbe aspettato da tutta questa flessibilità e questa occasione di sottopagare i dipendenti almeno un risultato: un aumento della competitività delle imprese. In realtà – una volta erosi gli stipendi – gli industriali si dedicano alla erosione dei diritti. L’arma è il ricatto – neppure tanto nascosto – della delocalizzazione. Non basta pagare poco perché tanto da qualche parte un disperato da pagare ancora meno lo si trova senza problemi. Lo sanno anche gli industriali che comprimere i salari degli operai ancora di più non è possibile. Allora – per pareggiare i conti – il tentativo è aumentare ancora di più la produttività con salari da fame. Io sono tra quelli convinti che Bonanni quando dice “una, cento, mille Pomigliano” sia in buona fede. Bonanni è certamente convinto che la strategia sindacale giusta sia non rinunciare a nessun posto di lavoro e trattare il più possibile e trovare accordi. La sua idea è che in un momento di crisi occorre fare sacrifici e mantenere e moltiplicare i posti di lavoro anche a prezzo di rinunce di quelli che una volta si chiamavano “diritti acquisiti”. Bonanni avrebbe ragione se avesse di fronte industriali capaci ma, purtroppo, ha dinanzi industriali da operetta e tutti i sacrifici concessi non porteranno ai risultati sperati. Perché quel che si è globalizzato è stato solo l’aumento dello sfruttamento. Non possiamo competere con i cinesi e neppure coi polacchi o i romeni a trecento euro al mese. E se anche solo qui avessimo la maggiore eccellenza produttiva conti alla mano agli industriali converrebbe sempre produrre altrove. Perché la parola “eccellenza” serve solo ai convegni di Confindustria. Perché questo Paese non fa innovazione e l’innovazione non la devono fare solo i governi: la dovrebbero fare soprattutto gli industriali. Innovazione di prodotto e di processo, brevetti, nuove invenzioni. Ma gli industriali italiani non ci pensano proprio a investire in innovazione. Altrimenti per quale motivo le assunzioni dei laureati sono crollate del 29% nel 2009? Non sto parlando di laureati in lettere e filosofia, sto parlando di ingegneri industriali (-46%) o ingegnerei informatici (-37%). Una struttura industriale che non assume ingegneri, fisici, biologi, economisti è una struttura industriale che non ha futuro perché non pensa al futuro. Sono proprio questi i profili che durante le crisi dovrebbero essere più ricercati: è nella crisi che si cercano teste con idee dentro. In realtà le teste non servono e con lo 0.78% del PIL dedicato all’università si fa poco. Conosco laureati e laureate che parlano cinese e giapponese. Ci si aspetterebbe che una persona che sa il cinese oggi sia in grado di trovare lavoro meglio di altri. Errore. Dovrebbe essere così in aziende con imprenditori veri siano essi del settore industriale, turistico o della moda. Ma non è così in Italia perché l’idea è quella di massimizzare i guadagni oggi e investire sul futuro uno spreco inutile. Vedo ovunque aziende in crisi e vedo ovunque licenziamenti ma non vedo altrettanto di frequente licenziamenti di chi si rende responsabile della politica suicida della mancanza di investimento sul futuro. La Fiat starebbe meglio senza l’Italia dice Marchionne. Ed è vero, una industria mediocre come la Fiat non ha bisogno degli italiani. Non ha bisogno di innovare neanche ora che risulta evidente la sua mancanza di modelli competitivi sul mercato. Perché la FIAT perde e altre case nonostante la crisi vendono? Perché è in ritardo proprio sui segmenti bassi che sono il suo mercato. In un anno, ogni anno, l’industria automobilistica mondiale sforna 150 modelli nuovi di automobili con relative varianti. In un contesto del genere ci si può fermare? Ma lo stesso Marchionne ha dichiarato “quella di non lanciare nuovi modelli è stata una scelta precisa: abbiamo risparmiato cartucce in attesa della ripresa del mercato. I nostri nuovi modelli arriveranno a fine 2011, inizio 2012. Certo c’è chi pensa diversamente ma è stata una scelta precisa. Per la gamma di prodotti credo di avere giocato le mie carte in modo intelligente perché non vale la pena di lanciare modelli in un mercato strutturalmente debole”. Intanto mentre Marchionne risparmia le cartucce sette italiani su dieci comprano auto straniere. Come si fa a dargli torto se nuovi modelli non ce ne sono perché Marchionne aspetta? Ma sarebbe ingeneroso non dar credito alle capacità di Marchionne che annuncia per l’Italia investimenti per 20 miliardi di euro. Probabilmente è questa la promessa che ha convinto Bonanni a scommettere su Marchionne.. Dove li troverà non è dato sapere visto che la Chrysler è stata acquistata coi soldi dei contribuenti americani e prestati da Obama e che quel prestito è da restituire. Dove li investirà – ammesso che li avrà – non si sa perché Marchionne non l’ha mai detto. Intanto mentre si aspettano gli sviluppi gli industriali italiani si stanno trasformando tutti in piccoli Marchionne: senza idee per il futuro ma con un mantra che ripetono all’infinito: flessibilità e sacrifici. Degli altri ovviamente.

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