Riporto di seguito un articolo di Federico Rampini sul tema della decrescita. A breve vorrei approfondire la questione legandola al problema dell’analisi del Sistema – Mondo

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Chi avrebbe il coraggio di esaltare le virtù della “decrescita” davanti agli operai di Termini Imerese? Non è un caso se l’ambientalismo più radicale ha successo nei ceti professionali medioalti; mentre le forze politiche legate a una visione “produttivista” – la Lega Nord in Italia o il Tea Party Movement della destra populista in America – fanno breccia in quel che resta della classe operaia.

“Fermare lo sviluppo” diventa uno slogan quasi irreale quando lo sviluppo comunque non c’è più, nell’Europa di oggi stremata dalla disoccupazione.

D’altra parte suona come un atteggiamento snobistico, da élite privilegiate, se viene brandito contro le aspirazioni di centinaia di milioni di cinesi e indiani: solo grazie alla continuazione del boom attuale in quell’area del mondo, potranno vedersi realizzate le loro aspettative di un tenore di vita appena decente.

Eppure anche i fautori dello sviluppo-ad-ogni-costo ammutoliscono davanti agli scenari di una prolungata stagnazione.

Neppure i leader più demagogici in Occidente osano promettere che alla fine del tunnel tutto tornerà come prima.

L’economista francese Serge Latouche è da anni il più autorevole critico dello sviluppo. Una delle sue opere di maggiore successo, uscita proprio mentre l’Occidente sprofondava nella più grave crisi degli ultimi settant’anni, si intitolava “Breve trattato sulla decrescita serena” (Bollati Boringhieri, 2008).

Il rischio è che la decrescita si confonda con la recessione, tutt’altro che serena. Come conciliare la necessità di dare sbocchi professionali ai giovani, con un orizzonte di stagnazione, precariato, regresso del potere d’acquisto?

Per evitare questa impasse, Latouche suggerisce un cambio di terminologia nel suo nuovo saggio “L’invenzione dell’economia” (Bollati Boringhieri, in uscita oggi). A scanso di equivoci, parliamo di “a-crescita” come si parla di ateismo.

Perché proprio di questo si tratta, dice Latouche: “Uscire dalla religione della crescita”. Una religione che esige dalle masse dei credenti una fede cieca, assoluta, irrazionale. Lo si capisce da un test logico elementare. Come conciliare l’idea di una crescita infinita, con le risorse naturali del pianeta che sono limitate?

Latouche mette a nudo questo paradosso: con il tasso attuale di crescita della Cina (10% di aumento del Pil annuo, nei primi otto anni del XXI secolo), si ottiene una moltiplicazione di 736 volte in un secolo.

Immaginiamo invece che la Repubblica Popolare si assesti su una velocità di sviluppo più moderata, per esempio quel 3,5% annuo che fu la media europea negli anni della ricostruzione post-bellica: si avrebbe pur sempre una moltiplicazione di 31 volte in un secolo.

Chi può pensare che ci sia sul pianeta abbastanza petrolio, acqua da bere, ossigeno da respirare, per una Cina che produce e consuma trenta volte più di adesso?

La critica di Latouche va al cuore della scienza economica, che smonta e demistifica assegnandole una parabola storica ben precisa: è da Aristotele a Adam Smith che la visione economica si codifica e conquista un ruolo centrale, dominante, infine totalitario, nella civiltà occidentale (poi conquista via via tutte quelle altre zone del mondo che si sono modernizzate emulando i modelli dell’Occidente).

Il marxismo in questo senso è una finta alternativa, un rovesciamento fallito, la sua prospettiva rimane la stessa: il produttivismo, l’idolatria dello sviluppo. “Viviamo ancora – scrive Latouche – in piena apoteosi dell’èra economica. Viviamo l’acme della onnimercificazione del mondo. L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. Il discorso pubblicitario, che invade tutto, diffonde la visione paneconomica e la spinge fino all’assurdo: pretendendo di dare un senso alla vita, ne rivela la mancanza di senso”.

Pochi autori possono unire l’erudizione e la profondità analitica di Latouche, insieme con la sua capacità di attaccare alle radici venti secoli di pensiero occidentale: in passato proprio Karl Marx, e tra i contemporanei Giovanni Arrighi, si sono cimentati con operazioni così ambiziose.

In questa sua ultima opera Latouche accetta anche qualche mediazione politica. Il suo orizzonte ultimo è una Utopia da terzo millennio, una società di abbondanza sulla base di quella che Ivan Illich chiamava la “sussistenza moderna”, una sorta di neofrugalità appagata.

Per arrivarci, Latouche è disposto a una transizione fatta di nuove regole e ibridazioni: “In questo senso le proposte concrete degli altermondialisti, dei sostenitori dell’economia solidale e del paradigma del dono, possono ricevere un appoggio incondizionato”.

In fondo c’è posto in questa visione anche per il progetto di Nicolas Sarkozy: abbandonare la “dittatura del Pil”, fondando su altri parametri la misura del benessere sociale di una nazione.

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