Un libro per certi versi trascurato dagli economisti è “L’economia romana” di A. H. M. Jones. Lo cito perché può aiutarci a mettere meglio a punto il ragionamento sulla definizione di capitalismo. Un passo è particolarmente interessante: “Esisteva anche il credito, nel senso che la gente si prestava reciprocamente denaro. C’erano ipoteche, costituite sulla proprietà d’un terreno o d’una casa o talvolta su beni meno durevoli come schiavi. C’erano prestiti marittimi, mediante i quali un creditore anticipava del denaro sulla base della garanzia offerta dalla nave del mercante o dal suo carico o da entrambe le cose“.

Ora a me appare evidente che sin dall’antichità esista una forma di accumulazione e degli strumenti che, via via, vengono affinati per renderla più efficiente. Ha senso parlare di capitalismo in quest’epoca? Certamente no, se per capitalismo intendiamo i meccanismi di accumulazione definiti da Marx. Viceversa esiste la proprietà privata difesa dal diritto, esistono (anche se rozzi) dei meccanismi per facilitare l’economia. Ed esiste anche un Sistema-Mondo al centro del quale – nel caso specifico – c’è Roma. Vediamo ancora cosa scrive Jones: “Dalla metà del III secolo a.C. un flusso sempre crescente di moneta e di metallo monetabile si riversò sul tesoro romano dalle regioni d’oltremare. Era formato di indennità pagate dai nemici conquistati, di bottino, comprese le somme realizzate con la vendita di prigionieri, di proventi delle miniere e di tasse sborsate dalle provincie annesse […] di questo denaro venne spesa, tuttavia, una porzione modesta in Italia. In parte esso fu utilizzato per le opere pubbliche, soprattutto a Roma dai censori […] Le eccedenze accumulate venivano verosimilmente spese in guerre e non pare che il tesoro abbia mai goduto d’un grosso attivo, se non immediatamente dopo la conquista di rilevanti bottini. Ciò significa che quasi tutte le entrate del tesoro venivano impiegate nelle provincie per pagare i soldati e i rifornimenti, e che pochissimo restava in Italia“.

Dunque: esiste un centro economico che attira le risorse, esiste un sistema di redistribuzione che va dal centro alla periferia non per rendere la periferia “migliore” ma per preservarne il possesso attraverso le spese militari, esiste un circuito (ancorché rozzo) che si basa sul credito e sul commercio. Basti pensare ad esempio alle spese sostenute per i giochi circensi che creano un circuito di approvvigionamento di schiavi e bestie.

Le tesi di Gunder Frank sembrano così avvalorarsi sempre di più. E sembra che si affacci la possibilità di non parlare di “capitalismo” se non facendo riferimento ad una fase della “civiltà dell’accumulazione”. Semplici dissertazioni sui massimi sistemi economici (come un cretino di passaggio su Facebook ha affermato)? Vedremo che conseguenze ha non far più coincidere la parola “capitalismo” con il concetto di accumulazione.

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