Di Immanuel Wallerstein abbiamo già accennato qui e lì. A parte le note biografiche (rintacciabili in wikipedia) qui vorrei sottolineare un punto caratterizzante il suo pensiero. Solitamente si riduce il contributo di Wallerstein alla teoria dei Sistemi-Mondo. Tuttavia vi è qualcosa di più che ci aiuta a seguire il filo della ricerca. Per Wallerstein il Sistema-mondo storicamente si manifesta in due tipologie: gli “imperi-mondo”, più antichi, che distribuiscono la ricchezza accumulata in un circuito che dalla periferia va al centro del sistema. Un impero-mondo ad esempio è l’Impero Romano che assorbe attraverso la fiscalità e i diversi tributi la ricchezza sin dai punti più remoti del territorio controllato. Da Roma ciò che viene assorbito veniva poi redistribuito. Situazione questa che vale per tutti gli imperi-mondo siano essi quello Inca, quello cinese o quello dei faraoni egiziani.
La seconda tipologia è quella che Wallerstein chiama propriamente “economia-mondo” e che sarebbe sorta in Europa nel XVI secolo. A differenza degli “imperi-mondo”, l’”economia mondo” è assolutamente unica. Cosa determina questo passaggio? Wallerstein lo spiega in questo modo: “Il contesto economico dell’Europa feudale stava attraversando una crisi radicale, le cui origini erano endogene, che in questo periodo ne scuoteva le fondamenta sociali. Le sue classi dominanti si distruggevano a vicenda con grande velocità, mentre il suo sistema agrario (la base della sua struttura economica) si stava allentando, con una considerevole riorganizzazione orientata in direzione di una distribuzione assai più egualitaria di quanto non fosse stata fino allora la norma. Inoltre i piccoli coltivatori stavano dimostrando una grande efficienza come produttori. Le strutture politiche stavano diventando nel complesso più deboli e, concentrando la propria attenzione sulle lotte intestine tra chi era politicamente potente, finivano con l’avere poco tempo da dedicare a reprimere la crescente forza delle masse della popolazione. Il cemento ideologico del cattolicesimo era sottoposto a forti tensioni, e movimenti egualitari nascevano nel seno stesso della Chiesa. Le cose stavano davvero precipitando. Se l’Europa avesse continuato sul sentiero che stava percorrendo, è difficile credere che i modelli dell’Europa feudale medievale, con il suo sistema di “ordini” fortemente strutturato, avrebbe potuto essere riconsolidato. Assai più probabile è che la struttura sociale dell’Europa feudale si sarebbe sviluppata in direzione di un sistema di piccoli produttori relativamente uguali, che avrebbero ulteriormente livellato le aristocrazie e decentrato le strutture politiche […] è chiaro che una simile prospettiva deve aver spaventato gli strati superiori europei: deve averli spaventati e atterriti, in particolare quando avvertirono che anche la loro armatura ideologica si stava disintegrando. Senza giungere ad affermare che qualcuno abbia consapevolmente formulato un simile progetto, paragonando l’Europa del 1650 con l’Europa del 1450, possiamo osservare il verificarsi di alcune cose. Nel 1650 le strutture di base del capitalismo storico, come sistema sociale realizzabile, erano state fondate e consolidate. La tendenza in direzione di una maggiore eguaglianza delle ricompense era stata drasticamente invertita. Gli strati superiori disponevano nuovamente di un saldo controllo politico e ideologico. Vi era un livello di continuità notevolmente elevato tra le famiglie che avevano costruito gli strati alti nel 1450 e quelle che li costituivano nel 1650”.
Wallerstein in altre parole ci sta dicendo che verso il 1450 quando il feudalesimo entra in crisi (si tratta dell’autunno del Medioevo come lo chiamo Huizinga), si manifestò la possibilità di un cambiamento in una direzione più egualitaria. Cambiamento che venne soffocato sul nascere e che portò verso la direzione opposta, ossia verso la creazione di un “sistema-mondo”. Il capitalismo così come lo conosciamo è una delle possibilità che tra 1450 e 1650 si ponevano. Il suo realizzarsi – a discapito di altre possibilità – non qualifica il capitalismo come il “migliore dei mondi possibili” ma soltanto la possibilità che si è concretizzata dal dissolversi del feudalesimo e della fase degli “imperi mondo”.
Quel che mi appare carente in questa ricostruzione sono due argomenti. Il primo che pone una sostanziale continuità tra la classe dirigente europea del 1450 e quella del 1650. Siamo sicuri che quella nobiltà di duecento anni prima fosse la stessa di duecento anni dopo? Possiamo affermare che non ci fu un effettivo ricambio della classe dirigente? Secondo: almeno nel passo citato Wallerstein mi sembra troppo “rapido”. Non mi soddisfa l’idea che una classe dirigente abbia in qualche modo “reagito” e mantenuto il controllo della situazione mutando pelle. Mi domando: è possibile che il cambiamento abbia visto una sconfitta totale di chi rappresentava la possibilità che non si è avverata? È possibile che il sistema sia cambiato così radicalmente senza imbarcare in sé una parte di quelle classi sociali che erano sorte nel frattempo? E infine mi pongo un terzo interrogativo: dove vede sorgere Wallerstein un egualitarismo poi soffocato? In questo work-in-progress che sono questi appunti cercherò di darmi una risposta provvisoria nei prossimi post.

Nota: la citazione è tratta da “Capitalismo storico e civiltà capitalistica”, Asterios, 2000, pp. 37-38.

Annunci