In un articolo su “Il fatto quotidiano” di ieri 12 maggio 2010, a pagina 18 Massimo Fini scrive: “Si tende da parte del governo e degli economisti al loro servizio a dare la colpa di queste crisi alla speculazione e agli eccessi del capitalismo finanziario. E’ uno scarico di responsabilità, niente affatto innocente, per eludere il nocciolo duro e vero della questione: è l’intero nostro modello di sviluppo ad essere tossico. Il capitalismo finanziario non è che la diretta e inevitabile conseguenza, oltre che, in qualche modo, la necessaria precondizione, di quello industriale. Ne seguono le stesse logiche: il profitto, la sua massimizzazione col minimo sforzo e, soprattutto, l’inesausta scommessa sul futuro”.

Per essere chiari non apprezzo le posizioni di Massimo Fini che, di fatto, sembra essersi svegliato un bel giorno ed essersi scoperto qualcosa che non era mai stato. Soprattutto quel che non mi piace è la fusione tra “pensatori” di destra come Alain de Benoist e di sinistra come Serge Latouche. Fusione che poi ha come risultato un pensiero confuso. E la confusione di Fini sta nel pensare che quel che chiama “capitalismo finanziario” sia una “diretta e inevitabile” conseguenza del “capitalismo industriale”. Gli accenti in stile new age nascondono una sostanziale incomprensione di Fini verso le dinamiche del “capitalismo”. Fini interpreta la crisi attuale come “crisi del modello di sviluppo capitalista”. So che può sembrare una affermazione netta e brutale, ma se è questo il pensiero di Fini, significa che non ha capito nulla di ciò che gli accade intorno. Il “capitalismo” in primo luogo non è un modello di sviluppo. Il modello di sviluppo è il “sistema di accumulazione” vecchio di quasi quaranta secoli. Il capitalismo (industriale prima e finanziario dopo) sono perfezionamenti tecnici del “sistema di accumulazione”. Come ho già scritto – e ben prima di me autori molto più autorevoli di me – il “sistema di accumulazione” è la scoperta più primitiva nella storia dell’uomo. L’agricoltore – scoperta la capacità di accumulare risorse non immediatamente consumate – progetta il futuro cercando di svincolarsi dalla fame e dalla necessità di procurarsi quotidianamnte il cibo attraverso la caccia. La spinta all’accumulazione e quindi la creazione di surplus alimentari, consente la creazione di specializzazioni diverse da quelle dell’agricoltore. Soldati professionisti, artigiani a tempo pieno, scienziati, diventano possibili solo quando esiste un surplus che li svincoli dalla coltivazione della terra. Da qui – e per secoli – l’evoluzione del sistema di accumulazione consiste soltanto nel suo perfezionamento che genera fasi storiche che chiamiamo feudalesimo, capitalismo industriale, capitalismo finanziario, etc.

Nel pezzo che ho citato all’inizio Fini sostiene – e qui giustamente – che il capitalismo finanziario sia conseguenza del capitalismo industriale. Giustamente se a “conseguenza” diamo il significato di “evoluzione”. Fini – come molti idealisti – pensa di vivere nei tempi della fine del “capitalismo”. Scambiando le conseguenze con le cause diventa facile rimanere abbagliati. In realtà quella che stiamo vivendo è una crisi (“crisi” intesa come rottura, come cambiamento) che prelude ad una ulteriore mutazione del “sistema di accumulazione”. Quel che si sta spostando è il “sistema mondo” nato nel Novecento. Stanno cambiando i centri di accumulazione non sta morendo il sistema di accumulazione. Si sposta il baricentro, non muore il sistema. Se Massimo Fini fosse stato un veneziano del XVI secolo non avrebbe saputo riconoscere che la crisi del commercio veneziano non era crisi del sistema ma crisi di Venezia come centro economico. Quando i portoghesi tagliarono progressivamente il monopolio veneziano delle spezie non era il sistema, il modello ad entrare in crisi. Stavano semplicemente e drammaticamente, cambiando gli attori. Fini pretende di analizzare una realtà complessa balbettando sulle questioni e sui dati degli ultimi trent’anni. Parlare di capitalismi e di modelli di sviluppo significa ragionare – come insegnava Braudel – sul piano della lunga durata. La situazione è tanto seria e complessa da non consentirci di perdere tempo nelle arruffate interpretazioni di Massimo Fini.

Per chi fosse interessato a capire come ragiona Fini può abbeverarsi direttamente alla fonte ad esempio su http://www.movimentozero.org

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