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Interrompo il filo del mio discorso sul “Sistema Mondo” per fare una riflessione su quel che intorno si sente dire a prposito o a sproposito della crisi greca.

Oramai è un dato che sanno anche i bambini: la Grecia è sull’orlo del fallimento e la speculazione internazionale ha sfruttato le sue debolezze. Con il 113% di debito pubblico sul PIL e un deficit pari al 13,9% che cosa si aspettavano? In fondo quando qualcun altro sta male si ha una doppia reazione: da un lato si pensa silenziosamente che noi non siamo così malmessi, c’è chi sta peggio. Dall’altro lato ci si improvvisa censori dei difetti altrui. Insomma ripetono gli esperti: i greci hanno vissuto come cicale e adesso è arrivato l’inverno. Vorrei però fare un ragionamento un poco fuori dal coro. Vorrei cioè farmi una domanda: perché le cose vanno male alla Grecia e vanno bene al Giappone? Diamine, mi direte, “vuoi paragonare il Giappone con la Grecia?”. Sì voglio paragonarlo usando gli stessi parametri che ci fanno dire che la Grecia è economicamente agonizzante.
Il debito pubblico giapponese misurato sul PIL è previsto per il 2010 al 200% del PIL. Ossia un indebitamento superiore di 87 punti rispetto alla Grecia. Gli analisti pensano che il debito arriverà al 240% nel 2014. Questo significa che il Giappone ha debiti per circa 2 trilioni di dollari. Si è detto che in Grecia (come e più dell’Italia) l’evasione fiscale è a livelli insopportabili. In Giappone non c’è evasione fiscale (almeno ufficialmente) ma l’aliquota media di tasse che i contribuenti pagano è del 25% contro più del 45% in Italia. La situazione Giapponese insomma è – guardando i dati – un incubo: un debito pubblico ingovernabile e un livello di tassazione tra i più bassi tra i paesi sviluppati. Perché gli speculatori non attaccano lo yen? Perché il Giappone è considerato dalle agenzie di rating “AAA” e la Grecia è considerata di fatto alla bancarotta?
La differenza sta in un “piccolo” particolare. Gli investitori internazionali sono anche i sottoscrittori del debito greco, il debito giapponese è nelle mani dei giapponesi. Ciò tradotto significa che i titoli di Stato greci sono stati comprati non dai cittadini greci ma da banche, fondi pensione, altri Stati. Il livello di risparmio delle famiglie greche non è sufficiente a sostenere l’emissione di titoli di Stato, così Atene colloca all’estero i suoi “BOT”. In Grecia è successo quel che trenta anni fa è successo in USA: se i cittadini americani non risparmiano si usa il risparmio degli altri Paesi.
Ma come si fa ad attrarre gli investimenti esteri? Si deregolamenta il sistema finanziario diventando appetibili agli investitori. Meno regole, più guadagni. Ronald Reagan lo sapeva quando introdusse la “deregulation”. Lo slogan era che si trattava di una modernizzazione del sistema che avrebbe favorito i consumatori. In realtà l’obiettivo era attrarre i capitali dal resto del mondo.
Ovviamente gli altri Paesi negli ultimi trent’anni non sono rimasti a guardare immobili gli americani. Tutti hanno abbassato le barriere per intercettare capitali. Tutti i Paesi sviluppati hanno promosso la loro “deregualtion”. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che se un Paese vende sul mercato – e non ai propri risparmiatori nazionali – la gran parte dei suoi “BOT”, quel Paese è nelle mani del mercato. E – si sa – il mercato pensa a guadagnare e sposta i capitali dove c’è maggiore convenienza. Perciò può facilmente capitare che chi ha comprato i “BOT” di un Paese, il giorno dopo, trovi più conveniente venderli e comprare quelli di un altro che, magari, rendono di più.
In Giappone le banche nazionali e i fondi pensione hanno acquistato e continuano ad acquistare i titoli pubblici nazionali al 90%. Moody’s, Standard & Poor, valutano il Giappone “AAA” con un deficit del 200% semplicemente perché sanno benissimo che nessuna banca giapponese, nessun risparmiatore si sogna di abbandonare i “BOT” nazionali e comprare qualcosa di più redditizio. Così quando Tokyo ha bisogno di soldi freschi emette titoli di Stato che vengono assorbiti dal mercato interno. Un mercato interno favorito dal fatto che il giapponese medio è antropologicamente un risparmiatore e con una tassazione al 25% ha anche più possibilità di risparmiare.
Negli USA il tasso di risparmio dei cittadini era dell’8% nel 1980, oggi è a zero. Questo significa che il destino dell’economia non è più in mano ai cittadini ma agli investitori che fanno non l’interesse della nazione ma quello proprio.
Qualche economista preparato potrebbe obiettare che il concentramento del risparmio rischia di causare la “evizione”.  In economia si parla di “effetto di evizione” quando, in una economia finanziaria chiusa (come quella in cui tutti o quasi tutti comprano i BOT) lo Stato assorbe la massa monetaria lasciando “a secco” tutti gli altri che avrebbero bisogno di liquidi. In altre parole: se la maggior parte del risparmio lo incamera lo Stato quel che resta per le aziende quotate in Borsa è troppo poco. Il rischio c’è indubbiamente ma solo quando la massa di denaro risparmiato copre solo i bisogni dello Stato. In Giappone invece il risparmio nazionale è in grado di soddisfare lo Stato e quel che rimane è perfettamente in grado di sostenere l’economia. Il problema si verificherebbe solo nel caso in cui diminuisse la propensione al risparmio.
Dunque la fortuna del Giappone è il risultato della passione dei giapponesi per il risparmio? Sì, ma non solo. Il Giappone è stato molto attento a globalizzare tutto meno che la propria capacità decisionale politica in campo economico. I giapponesi non hanno deregolamentato il loro mercato come gli altri Paesi e la politica ancora oggi prende le decisioni strategiche in tema di economia.
In USa e in Europa gli economisti liberali hanno l’abitudine di condannare ogni intervento dello Stato in materia di economia. A parer loro lo slogan “meno Stato, più mercato” è ciò che conta di più. Il risultato è che quando c’è solo il mercato a decidere la spinta che viene data non è al risparmio ma al consumo. L’economia iiberale funziona perché le persone continuano ad alimentare senza sosta il circuito dell’acquisto. Spesso all’interno della crisi il Presidente del Consiglio Berlusconi ha ribadito la necessità di far ripartire i consumi. Il che è ovviamente un bene, i consumi non possono stare fermi. Ma un eccesso di consumi azzera il risparmio e spinge le persone a pensare di poter acquistare tutto magari a rate o con la carta di credito. Perché risparmiare per potersi comprare la casa se mi offrono mutui al 120% del valore? Questo è quello che gli americani hanno pensato e si sono indebitati al di là delle possibilità economiche. Ma se tutti comprano e nessuno risparmia come si regge il sistema? Si regge sui soldi degli investitori che sono – per definizione – speculatori, perché non sono schiere di babbi natale. E gli speculatori spostano il denaro dove rende di più.
In Grecia negli ultimi anni c’è stata una sbornia consumistica. Guardiamo i dati Eurostat: nel 2000 la percentuale media destinata dai cittadini greci al risparmio era del 2,5% (tanto per capirci in Italia era del 14,2%). Nel 2006 i greci destinavano un ridicolo 1,2% dei propri redditi al risparmio (contro 10,9% della media dell’Europa a 27 e il 14,9% dell’Italia). E nel 2009 il dato medio europeo è ancora cresciuto mentre quello greco si è abbassato. Con questi dati la conclusione è una sola: nessuno in Grecia si è sognato di risparmiare.
Sono cattivi i greci e i giapponesi sono buoni e saggi? Non è questa la differenza tra le due nazioni. La differenza vera è che mentre in Grecia i governi che si sono succeduti hanno deregolamentato, danazionalizzato, privatizzato e consegnato il Paese agli investitori esteri, i giapponesi hanno favorito la deregolamentazione a casa degli altri, guardandosi bene dal farla a casa propria. E, soprattutto, hanno mantenuto il primato della politica sull’economia. Gli speculatori sono l’alibi per i governi che hanno regalato lo Stato al mercato. Il mercato guarda i numeri non le persone. Dovremmo tenerlo presente.

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