La teoria del Sistema Mondo è particolarmente interessante nel momento in cui si esaminano alcune conseguenze. La più rilevante di tutte è quella che connette il rapporto centro-periferia con le migrazioni umane. Gli economisti liberali sostengono che la globalizzazione dei mercati produce degli effetti positivi. Le grandi imprese, la penetrazione di modelli di sviluppo basati sul libero mercato, la logica capitalista, avrebbero eliminato quelle disuguaglianze determinate da caste, classi, ceti tradizionali. In altre parole, penetrando in Paesi caratterizzati da immobilità sociale il sistema capitalistico avrebbe dato a tutti l’opportunità di aumentare il livello di uguaglianza e libertà. Per i Paesi della periferia, entrare a far parte del sistema del centro, avrebbe promosso modernizzazione sia materiale che sociale e giuridica.
Per i teorici del Sistema Mondo invece, questa penetrazione avrebbe avuto come conseguenza un aggravarsi della dipendenza. Nell’epoca post-coloniale i Paesi della periferia hanno solo formalmente guadagnato l’indipendenza mantenendo invariata una sudditanza economica. Essendo diventate indispensabili tecnologie produttive che la periferia non possiede e non è stata aiutata a sviluppare, i Paesi in via di sviluppo si sono trovati obbligati ad acquistare prodotti finiti in cambio di risorse naturali a basso costo. L’entrata in un sistema mondo ha finito – come sostiene Gunder Frank – per “sviluppare il sottosviluppo”. Per vivere all’interno del sistema capitalistico del centro alla periferia occorre denaro. L’unico modo per ottenerlo è vendere le proprie risorse naturali commerciandole o autorizzando le multinazionali a sfruttarle. Questo processo di vendita però genera diseguaglianza ulteriore: i prodotti acquistati dalla periferia cambiano le strutture tradizionali della economia dei Paesi in via di sviluppo. Se ad esempio vengono acquistati fertilizzanti e pesticidi si ha un indubbio vantaggio sulla produttività, ma per conseguenza, una volta modificate le tecniche agricole, la periferia diventa dipendente dai prodotti importati.
Oltre alle materie prime i Paesi della periferia possono “vendere” forza lavoro guadagnando in cambio la valuta pregiata data dalle rimesse. La vendita della forza lavoro può avvenire direttamente nel Paese sottosviluppato. Ad esempio una multinazionale  può aprire una filiale nel Paese e assumere manodopera ad un costo inferiore a quello dei lavoratori del centro.
Si tratta del fenomeno della delocalizzazione delle imprese. Questa delocalizzazione non si ha soltanto per la produzione ma, anche, per i servizi: si pensi ad esempio ai call-center dislocati in India .
(http://www.key4biz.it/News/2003/11/25/Internet/India_nuova_meta_per_i_call_center_dellInformatica.html).
Tuttavia i fenomeni di delocalizzazione non rappresentano una soluzione per i Paesi in via di sviluppo, anzi è vero il contrario. L’installarsi di imprese attirate dal basso costo della manodopera non significa l’assunzione di vaste masse di lavoratori. La maggior parte della manodopera rimane esclusa da questa possibilità. Gli occupati però sono in grado di acquistare di più e ad un costo maggiore. In questo modo nei Paesi in via di sviluppo, si assiste ad un aumento del prezzo dei beni di prima necessità e all’impoverimento crescente degli esclusi. Così una massa ancora maggiore di persone si ritrova in uno stato di indigenza. Il risultato è che per sottrarsi alla miseria si emigra. Il flusso di immigrazione dalla periferia al centro ha una conseguenza ulteriore proprio nel mercato del lavoro del centro: il costo del lavoro si abbassa. Essendoci abbondanza di manodopera il mercato assorbe quella che costa meno. Se è l’immigrato a costare meno il mercato assorbe tendenzialmente immigrati. Il costo del lavoratore migrante è poi direttamente connesso alla forza dei suoi diritti. Paradossalmente meno l’immigrato è legale e più è desiderabile per il sistema produttivo, in una situazione di illegalità infatti il migrante è costretto ad accettare paghe da fame.
Si intravvede dunque un circuito molto stretto tra centro e periferia. Il non aver dato ai Paesi in via di sviluppo la capacità di sviluppare economie relativamente autonome dal centro, fa sì che questi siano prigionieri all’infinito del sistema. Le conseguenze sono evidenti dal punto di vista sociale sia al centro che alla periferia. Al centro la presenza di immigrati abbassa il valore del lavoro e costringe anche i lavoratori autoctoni a chiedere di meno. Alla periferia si crea un rapporto di dipendenza con le rimesse degli immigrati che non genera sviluppo.

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