Sula teoria del Sistema Mondo Braudel nel 1977 fu molto chiaro e credo sia opportuno riprendere esattamente le sue parole che si possono ritrovare in “La dinamica del capitalismo”, Il Mulino, Bologna, 2009, pp. 78-79:

Ancora una volta cominciamo dal vocabolario. E’ necessario utilizzare due termini: economia mondiale ed economia-mondo, di cui il secondo è più importante del primo. Per economia mondiale intendo l’economia del mondo globalmente inteso, il «mercato di tutto l’universo» come diceva già Sisimondi. Per economia-mondo, termine che ho costruito a partire dall’espressione tedesca Weltwirtschaft, intendo l’economia di una parte del nostro pianeta, a condizione che essa formi una totalità, un insieme. Ho scritto molto tempo fa, che il Mediterraneo del XVI secolo formava una Weltwirtschaft, una economia-mondo, o, per usare un’altra espressione tedesca, «eine Welt für sich», un mondo in sé. Una economia-mondo si presenta sotto un triplice aspetto:

1) Occupa un dato spazio geografico: ha dunque dei limiti che la individuano e che variano, seppure con una certa lentezza. Di tanto in tanto, generalmente a lunghi intervalli, possono anche inevitabilmente prodursi delle rotture: ad esempio quella seguita alle grandi scoperte della fine del XV secolo; o quella del 1689, quando la Russia, grazie alla politica di Pietro il Grande, si aprì all’economia europea. Immaginiamo quale frattura potrebbe rappresentare per l’Occidente una libera, totale, definitiva apertura delle economie cinese e sovietica: i limiti attuali dello spazio occidentale sarebbero infranti.

2) Una economia-mondo presuppone sempre un polo, un centro, rappresentato da una città dominante: nel passato, da una città-stato, oggi da una capitale, vale a dire da una capitale economica (negli Stati Uniti, ad esempio, New York, piuttosto che Washington). In una stessa economia-mondo, anche per periodi prolungati, possono coesistere due diversi centri centri: ad esempio, Roma ed Alessandria ai tempi di Augusto, Antonio e Cleopatra; Venezia e Genova ai tempi della Guerra di Chioggia (1378-1381); Londra ed Amsterdam nel XVIII secolo, prima che l’Olanda fosse definitivamente eliminata. Uno dei due centri finisce, di regola, per essere eliminato. Nel 1929, dopo qualche esitazione, il centro del mondo è passato definitivamente e, senza più ambiguità da Londra a New York.

3) Ogni economia-mondo si divide in zone successive: il cuore, cioé il territorio attorno al centro, ad esempio le Provincie Unite (ma non tutte le Provincie Unite), durante il XVII secolo, quando Amsterdam domina il mondo; l’Inghilterra (ma non tutta l’Inghilterra), quando Londra, a partire dagli anni intorno al 1780, soppianta definitivamente Amsterdam. Poi vengono le aree intermedie, attorno al polo centrale. Infine il vasto territorio delle zone periferiche le quali nella mappa della divisione del lavoro che caratterizza l’economia-mondo, si trovano in una posizione subordinata e dipendente al di sotto del livello di una reale partecipazione. In queste aree marginali la vita degli uomini richiama sovente il purgatorio o addirittura l’inferno. La ragione sufficiente di questa inferiorità risiede proprio nella loro posizione geografica. Queste osservazioni, forse un po’ affrettate, richiederebbero evidentemente un commento ed ulteriori approfondimenti che si possono trovare, comunque, nel terzo volume della mia opera (N.d.C. Civiltà materiale economia e capitalismo). Un’esatta messa a punto di questi problemi si trova anche nel recente libro di Immanuel Walerstein, The Modern World-System. Capitalist Agriculture and the origins of the European World-Economy in the Sixteent Century. Il fatto che io non mi trovi sempre d’accordo con l’autore su alcuni punti, o su una o due questioni generali, non ha molta importanza. I nostri punti di vista sulle questioni di fondo sono identici, anche se per Immanuel Wallerstein non esiste altra economia mondo al di fuori di quella europea, che si è formata solo a partire dal XVI secolo, mentre per me il mondo era già diviso in zone economiche, più o meno centralizzate, più o meno coerenti, cioé in parecchie economie mondo coesistenti fin dal Medioevo e persino dall’antichità, cioè molto prima che l’uomo europeo possedesse una conoscenza esatta della totalità dell’estensione terrestre. […] Non esiterei a sostenere in anticipo che queste tipiche economie-mondo sono state le matrici del capitalismo europeo ed in seguito di quello mondiale.

Il passo di Braudel parla da sé e riassume perfettamente il punto centrale della teoria. Per il momento vorrei solo sottolineare il passaggio profetico nel quale Braudel dice: Immaginiamo quale frattura potrebbe rappresentare per l’Occidente una libera, totale, definitiva apertura delle economie cinese e sovietica: i limiti attuali dello spazio occidentale sarebbero infranti.

Braudel nel 1977 non poteva immaginare ciò che stiamo vivendo dalla caduta del Muro di Berlino, dallo sfaldamento dell’Unione Sovietica e dall’entrata della Cina nel WTO. Ma preconizzava proprio la rottura dei limiti dello spazio occidentale, la nascita di una nuova economia-mondo. Il problema della globalizzazione e le turbolenze del mercato capitalistico – ininterrotte da più di vent’anni – diventano così chiare: si sta formando una nuova economia-mondo capitalista nella quale ancora sono da decidere le capitali (New York o Shangai?) e quindi il centro, le aree prossime e la periferia.

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