Un punto importante della teoria del Sistema Mondo è che essa è solo parzialmente riconducibile al marxismo e solo per una centralità dell’economia nelle vicende umane può essere definita “neomarxista”. Ciò che differenzia decisamente questa teoria dal marxismo è la “valutazione” del tempo. Occorre allora – per capire meglio – “bignamizzare” per un attimo la valutazione del tempo in Marx.
Per Marx il primo stadio della civiltà è quello “primitivo” nel quale gli uomini trovano il loro sostentamento traendolo direttamente dalla natura. Sarebbero stati uomini organizzati in orde più simili ad animali che a esseri umani. Il fatto stesso di non dipendere da nulla se non dalla caccia ne avrebbe fatto per Marx esseri “liberi ed uguali”. Il secondo stadio marxiano dell’umanità è quello dello “schiavismo” che corrisponde all’esistenza delle società antiche e termina con il Medio Evo. In questa epoca i mezzi di sussistenza si spostano dalla caccia alla agricoltura. Di conseguenza l’uomo si fa sedentario poiché è evidente per Marx che un nomade non può coltivare la terra. La sedentarizzazione a sua volta determina la necessità di forme organizzative. Coltivare, irrigare e svolgere tutte le attività agricole pone agli uomini una complessità e un livello di collaborazione che non può essere lasciato a sé stesso. Pian piano dunque nascono forme organizzative, entità statali che cercano di dare stabilità, ordine, organizzazione del lavoro, difesa e, soprattutto, conservazione e redistribuzione delle eccedenze. Le eccedenze infatti per Marx sono la prima molla della “civiltà”, grazie ad esse una ristretta parte della società può occuparsi di altre attività differenti dalla agricoltura. Si forma cioè un gruppo di persone mantenute dagli agricoltori e che esercita attività non direttamente produttive: guerrieri, artigiani, sacerdoti, commercianti, funzionari statali, etc. Questa divisione – inizialmente funzionale alla gestione complessa della società agricola – tende a cristallizzarsi in veri e propri privilegi di casta. Nascono così delle “classi” sociali privilegiate che conservano il proprio potere di generazione in generazione. Per Marx un elemento di base di questa epoca è il ruolo degli schiavi che avrebbero rappresentato la caratteristica dell’economia dell’epoca. Per certi versi Marx identifica in modo globale le società antiche con lo schiavismo.
Il feudalesimo è la terza grande epoca dell’umanità. La prima caratteristica è la fine della schiavitù sostituita dalla presenza dei “servi della gleba”, uomini nominalmente liberi ma legati in modo indissolubile alla terra che coltivano per conto dei loro signori. Il feudalesimo per Marx non innova ma assomiglia ad un ritorno all’epoca pre-classica con la sua divisione in “caste”. L’epoca feudale economicamente sarebbe stata caratterizzata dalla “cooperazione semplice”. Già conosciuta nelle epoche precedenti la “cooperazione semplice” si basa sulla divisione del lavoro e sulla nascita di un rapporto tra chi impiega forza lavoro altrui in un rapporto di dipendenza salariale. L’artigiano medievale che tiene a bottega gli apprendisti è il modello della “cooperazione semplice”. In questo ambito però il salariato è un apprendista ossia qualcuno che in un processo di acquisizione delle conoscenze è destinato a produrre il bene nella sua interezza.
La fase successiva per Marx è quella caratterizzata dalla centralità del capitale che di fatto coincide con la nascita delle industrie alla fine del Settecento. In questa fase che dura tutt’ora si afferma la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione, la loro riduzione in strumenti che mettono in vendita la propria forza lavoro. Il moderno stato borghese frutto prima della Rivoluzione inglese del 1640 e maturato con il 1789 inizia così un percorso di inesorabile appropriazione della ricchezza sociale. Alla base di questa trasformazione sta il passaggio dalla cooperazione semplice alla manifattura: l’officina capitalistica dove agli apprendisti si sostituiscono gli operai con specializzazioni singole incapaci di completare da soli l’oggetto della produzione. Allo sfruttamento si aggiunge l’alienazione e l’impoverimento intellettuale.
Non voglio andare oltre in questa volgarizzazione del povero Marx. Né mi interessa qui andare a vedere le falle del ragionamento. Vorrei dire soltanto che – non essendo uno storico – Marx ha semplificato fino a snaturare l’evoluzione storica dell’economia umana. Ciò che rimane del suo pensiero è la validità di un percorso che porta alla fine agli esiti dello sfruttamento. Ciò che va rivisto – e che è il merito della teoria del Sistema Mondo – è la chiarificazione storica delle tappe di questa evoluzione.

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