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Per affrontare il problema delle possibilità degli intellettuali di incidere sulla realtà sociale userò tre autori: Zygmunt Bauman, Wolf Lepenis e Enzo Traverso.
Per quanto riguarda Bauman faccio riferimento al libro intitolato “La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti”. Come spesso accade nelle traduzioni italiane, la ricerca del titolo che colpisca il possibile acquirente modifica le originali intenzioni dell’autore. Il titolo originale era “Legislators and interpreters. On modernity, post modernity and intellectuals” e, quindi, non faceva riferimento alla “decadenza” ma alla nascita e alla evoluzione della figura dell’intellettuale. Bauman rintraccia l’origine degli intellettuali rifacendosi al lavoro dell’antropologo americano Paul Radin che scriveva “l’uomo primitivo ha paura di una cosa: le incertezze della lotta per la vita”. Così una maggioranza dedita al quotidiano rapporto con il materiale (caccia, allevamento, agricoltura) sentì il bisogno di avere una minoranza che riflettesse “capitalizzando il senso d’insicurezza” e fornendo delle risposte. Nasceva così il “pensatore religioso” che si occupava di fissare delle regole di comportamento in grado di allontanare i pericoli della vita quotidiana. Sciamani, maghi, preti diventano non solo coloro che “spiegano il mondo” ma anche coloro che fissano delle regole. Ciò implica che il “pensatore religioso”, quasi automaticamente, si trasforma in legislatore. Il fatto che la società occidentale compia nei secoli un percorso verso la secolarizzazione diluisce l’identificazione del “pensatore” con il “religioso” sino ad arrivare alle soglie del XVIII secolo con l’affermarsi di “pensatori” laici.

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

I philosophes francesi del ‘700  si posero, quasi programmaticamente, il compito di trasmettere i principi del razionalismo al popolo. Ingenuamente – dice Bauman – i Philosophes pensavano che le persone fossero naturalmente spinte verso il desiderio di apprendere (loro tramite) dalla razionalità che alberga in ognuno di noi. In realtà era l’assolutismo illuminato (si pensi a Federico II) che entrando in crisi formulava richieste implicite per una educazione che ripuntellasse il suo dominio. In altre parole: l’Ancien Regime tentò di preservarsi dando voce ai Voltaire e ai Rousseau. Il tentativo non funzionò e fu invece la rivoluzione francese a utilizzare le idee degli intellettuali illuministi. Ma in quale chiave? La borghsia vincente usò il radicalismo illuminato  “come una spinta a legiferare, organizzare e regolamentare, piuttosto che diffondere conoscenza” (p. 89).
Si verificò allora, per la prima volta in modo palese, il principale problema che si pone agli intelletuali: con il loro operare colgono il mondo della ragione, ma vivono in un mondo in cui le idee soccombono ai fatti. Ma a ciò si aggiunge l’ulteriore corollario che a “gestire” i fatti, sono persone che non riconoscono alle idee l’importanza attribuita dagli intellettuali. I dirigenti rivoluzionari francesi, dai giacobini sino al Direttorio erano poco preoccupati dell’ignoranza del popolo ma, all’inverso, molto più decisi a “a riplasmare i sudditi secondo la propria immagine” perché quel che il potere “ricerca, spietatamente e irriducibilmente, è il riconoscimento da parte dei sudditi della superiorità del tipo di vita che esso rappresenta e da cui trae la propria autorità” (p. 63).
Per la prima volta nel Settecento si verifica la contrapposizione tra potere e sapere di cui parla Foucault. Gli intellettuali per cambiare la società secondo le proprie idee dovevano avere il potere ma avevano solo il sapere. Dall’altro lato il potere dimostrava di non aver bisogno di tutto il sapere che i philosophes fornivano ma solo di quel tanto che poteva essere usato utilmente. Dopo aver affossato la Rivoluzione, Napoleone con grande efficienza, eliminò sistematicamente tutti tentativi di ingerenza del sapere teorico su quello politico. Dall’inizio dell’Ottocento in poi i governi europei utilizzarono quelle idee che meglio potevano essere funzionali al controllo della società. Insomma attuarono quel processo che Foucault individua nel suo “Sorvegliare e Punire”.
Da questo momento in poi l’intellettuale rimane un signore che crede di sapere come si dovrebbero fare le cose ma non ha alcun potere per indirizzarle politicamente. Per Bauman l’intellettuale entra nel mondo moderno perdendo la sua capacità primitiva di “legislatore” riducendosi a “interprete” ossia colui che spiega agli altri le dinamiche in base alle quali le cose vengono compiute. Dato che il potere ha scelto di limitare gli effetti del sapere, gli intellettuali che si accontentano di interpretare legittimano qualunque posizione assunta dal potere.
A Bauman interessa dimostrare la parabola delle élite culturali europee che da detentori del potere diventano coloro che devono costantemente fare i conti con esso. E facendo questi conti ha due possibilità: continuare a riprogettare il mondo e le sue strutture o farsi mediatore o, meglio, traduttore tra la classe dominante e quella dominata. Per Bauman il compito che l’intellettuale si deve assumere è il secondo. Deve cioè essere il ponte che favorisce il dialogo tra chi detiene il potere e chi lo subisce. Non c’è più progettazione del futuro e, neppure, comprensione del presente in quanto “coscienza critica della società” ma semplice mediazione. Insomma la funzione dell’intellettuale come fabbricatore di idee viene annichilita e, con essa, anche quella dell’intellettuale stesso.
Ovviamente a me la conclusione di Bauman piace molto poco tuttavia ha il merito di fotografare una situazione oggettiva: la gran parte degli intellettuali non progetta più il futuro ma, nella migliore delle ipotesi, “smussa” le asprezze del potere e, nella peggiore, se ne fa portavoce “organico”.

Il libro di Lepenis, “Ascesa e declino degli intellettuali” muoveva i suoi passi a partire dal crollo del muro di Berlino nel 1989. Il suo ragionamento era abbastanza simili alle teorie della “fine della storia” di Fukuyama: il crollo del sistema di potere sovietico ha segnato la scomparsa di ogni alternativa ideologica al liberalismo. L’esistenza di un unico modello con il quale pensare la società e la sua gestione attraverso le istituzioni politiche ed economiche cancella la possibilità stessa dell’esistenza dell’intellettuale. Ma attenzione: Lepenis dice che a scomparire è l’intellettuale “lamentoso”, ossia quell’intellettuale che “si lamenta del mondo, ma da questa sofferenza nasce un pensiero utopico che disegna un mondo nuovo e quindi contemporaneamente allontana la malinconia”. In un mondo con un solo modello questo intellettuale non serve più a nulla e viene sostituito dallo scienziato.

Wolf Lepenies

Wolf Lepenies

Dice Lepenies. “… gli scienziati non si disperano per il mondo, ma si sforzano di spiegarlo, non pensano utopisticamente, ma elaborano previsioni; il loro agire non è caratterizzato né dalla disperazione né dalla speranza, ma dalla obiettività e dal possesso di una coscienza tranquilla. Qui c’è l’inizio di quel dualismo fra «classe lamentosa» e «uomini dalla coscienza tranquilla» che separa la classe intellettuale europea, quel dualismo che si trova espresso, in maniera non del tutto soddisfacente, nella distinzione corrente fra le «due culture», quella dei letterati e degli umanisti da un lato, e quella degli scienziati dall’altro” (pp. 11-12). Lepenies ci dice che scienziato e neoliberismo sono intimamente connessi. Lo scienziato è l’intellettuale “naturalmente organico” al potere neoliberista. E non potrebbe essere altrimenti perché il dogma centrale del liberalismo europeo è il mito del progresso tecnico e scientifico. Progresso che viene avallato dall’atteggiamento asettico dello scienziato.
Fermiamoci qui un momento e vediamo dove il ragionamento di Bauman e quello di Lepenis possono coincidere e dare qualche frutto. L’intellettuale che si fa “mediatore” tra il potere e la massa delle persone, per me, si identifica in modo completo con gli «uomini dalla coscienza tranquilla», coloro che spiegano il mondo e fanno previsioni sul suo andamento. Allora potrei dire che mentre lo scienziato scoppia di salute, ad andare in crisi e a rischiare la scomparsa è l’intellettuale che fa parte della «classe lamentosa». Perché?
Perché l’intellettuale “lamentoso” e umanista non ha più un mercato. Non c’è domanda per ciò che può offrire. In una società che ha un solo modello la richiesta è far funzionare il modello nel modo migliore, non immaginarne uno differente. Ed è allora che salgono alla ribalta gli intellettuali-idraulici, primi fra tutti gli economisti. Non importa che gli economisti non siano scienziati: sono stati arruolati (con loro immenso piacere) nella categoria. L’economista è lo scienziato che fa previsioni, uno stregone contemporaneo, che, agitando diagrammi e sventolando formule matematiche si accredita come l’idraulico del sistema. Anche quando sembra contestare il sistema lo puntella e accredita la possibilità di un felice riaggiustamento del tubo capitalista danneggiato. Perché leconomista-idraulico ha questa audience? Perché, evidentemente, è l’ideale mediatore tra la massa che vuole stare più comodamente possibile dentro il capitalismo e il capitalismo stesso. Assomiglia a quegli addetti stampa che, quando c’è un problema drammatico in fabbrica, si presentano al posto dell’amministratore delegato. Ma non basta. La fortuna dell’economista-idraulico è favorita da ciò che dicevo prima: dalla credenza che l’unico modello possibile sia il capitalismo così com’è. Molti anni fa lo stupefacente di massa era l’eroina e allucinogeni come l’LSD. L’uso e la diffusione di queste droghe era fortemente collegato ad una contestazione del sistema. Con queste droghe si “viaggiava” altrove, si usciva pisichedelicamente fuori dal sistema. Oggi lo stupefacente più diffuso è la cocaina. E si tratta di una droga che non serve a “uscire” dal sistema ma a starci dentro ancora meglio, a stare dentro alla macchina con più “performance”. Ci si droga per essere più “produttivi”, più “efficienti”. Allo stesso modo si va a chiedere oracoli all’economista-idraulico per avere rassicurazioni sul futuro rifunzionamento del sistema che, quando avverrà, donerà di nuovo a tutti la potenza del consumo e del PIL, come fosse Viagra.
Ed allora non c’è da stupirsi che gli “intellettuali lamentosi”, quelli critici del sistema siano per la stragrande maggioranza sociologi, antropologi, storici, filosofi. Gallino, Harvey, Saskia Sassen, Sennett, Augé per citare a caso i vivi; Foucault, Bourdieu, Arrighi per citare qualcuno che è trapassato. Questi intellettuali non sono scienziati, non sono uomini dalla «uomini dalla coscienza tranquilla». Ma hanno poca audience per due motivi: non offrono una visione di riaggiustamento del sistema (il che è un bene dal mio punto di vista) ma non offrono neppure un modello nuovo ed alternativo.
Veniamo ora al terzo libro: Enzo Traverso, “Où sont passés les intellectuels?” Les Éditions Textuel, 2013. Si tratta di un libro intervista di uno dei più brillanti storici della violenza contemporanei. Da sempre marxista e con una esperienza giovanile in Potere Operaio prima di emigrare e diventare docente in Francia e, oggi, professore alla Cornell University. Anche Traverso, come Lepenies, pone il 1989 come spartiacque. Dopo il crollo del blocco sovietico, per Traverso, succedono due cose: da un lato l’opera culturale viene massicciamente trasformata in oggetto di consumo e dall’altro l’intellettuale cerca di adeguarsi trasformandosi in “esperto”. In questo modo il pensiero critico viene assassinato perché la figura dell’”esperto” si associa a quello del “tecnico” che dovrebbe

Vincenzo Traverso

Vincenzo Traverso

fornire un pensiero “neutrale”.  Ma l’esperto non ha più legami con i movimenti sociali, non è più “coscienza critica”. Il luogo di “creazione” degli intellettuali, l’Università, sforna ormai solamente questi “esperti” perfettamente allineati al potere. L’intellettuale è diventato ospite televisivo chiamato a “spiegare il mondo” non a esercitare una critica del mondo. Gli esempi, riferiti alla Francia, vanno a colpire nomi famosi: Bernard-Henri Lévy,  Bernard Kouchner, Alain Minc verso i quali Traverso è tutt’altro che tenero. Tuttavia Traverso non è pessimista: le risposte plastificate degli “esperti” diventano sempre più inadeguate e gli spazi di denuncia sono aperti dall’aumentare delle diseguaglianze e delle ingiustizie. Il punto è che l’intellettuale che possa essere “coscienza critica” non è il giornalista, il professore universitario mediatizzato ma il ricercatore critico che si annida dentro le ONG, che produce controinformazione. Questo intellettuale è anche “diffuso”, ossia non è nei luoghi dove i media lo cercano (Università, Centri di ricerca, pensatoi sponsorizzati dalle multinazionali) e non cerca i media. Ed è lui, per Traverso, che sarà il protagonista di una rivoluzione che potrei definire “a bassa intensità”, ossia una rivoluzione continua e strisciante, logorante per il sistema. Perché per Traverso una rivoluzione ci sarà ma non sarà una rivoluzione comunista, bensì una rivoluzione per i beni comuni contro i beni di consumo, contro il mercato e per la dignità. Ma non sarà neppure una rivoluzione “apolitica” come Occupy, le varie “primavere” o un ecologismo generico, perché queste ultime sono ritenute “rivoluzioni” solo nella misura in cui vengono mediatizzate.
Dunque c’è ancora spazio per l’intellettuale che sia coscienza critica a sentire Traverso ed altri. Il problema è che questo nuovo intellettuale non è dove tradizionalmente stava. Si tratta di un intellettuale non garantito, non conforme, non curriculare che diffonde il suo “sapere” attraverso i mezzi meno spettacolarizzati. Non a caso il web è il veicolo ideale di diffusione di questi saperi. E cosa più nuova è che questi “saperi” non viaggiano con il copyright di nomi e cognomi ed è proprio per questo che possono diventare diffusi e condivisi.
Allora, alla fine, devo una risposta a Lorenzo, il commentatore, che chiedeva “cosa inventarci (partito-associazione-fronte-altro) le strutture che trasformano le analisi precise e puntuali in programmi politici di intervento e trasformazione della società? come trasferire (in tempi non lunghi sennò saremo morti) il vostro “sapere” a noi comuni cittadini sbandati e spaesati?” E la risposta – per me – è che il trasferimento delle idee è già in corso e sta fuori dalla televisione, dai giornali. Non è negli intellettuali mediatizzati, negli economisti-idraulici. Sta nel pensiero che si condivide e occorre fare più fatica. Occorre discuterlo a fondo, commentarlo, contestarlo e farlo proprio. Occorre imporsi di non essere né sbandati né spaesati. Le analisi precise si trasformano in programmi politici non cura di chi le analisi le ha fatte, ma a cura di chi quelle analisi le ha vagliate criticamente. Il pensiero critico “galleggia”, occorre afferrarlo perché “galleggia” in luoghi bui, non illuminati dallo spettacolo da circo dei media. Chi lo ha messo in circolo lo ha lasciato andare nella speranza che qualcuno lo afferri. Cominciamo col prenderlo. cominciamo col ridurre “spaesamento” e senso di deriva. Le forme pratiche per trasformare le idee critiche in azione politica affiorano quando le idee sono buone.